L'ufficiale aprì gli occhi.
Un soffitto ingiallito e scrostato copriva la vista di quello che era uno dei cieli più stellati dell'anno.
Egli non lo seppe mai e si limitò a osservare la posizione delle macchie di umidità sull'intonaco.
Cercava di comporre un qualche contorno conosciuto e muoveva ostinatamente la testa, per cambiare punto di vista.
Uno di quei movimenti gli produsse una fitta allo stomaco e lo fece desistere.
Chiuse gli occhi di nuovo.
Cercò di spostarsi in una posizione migliore, di lenire il dolore.
Niente da fare.
Bisognava aspettare il dottore con le sue pastiglie, le sue iniezioni.
Per un po', almeno, lo facevano dormire.
Le lenzuola, rimbboccate strette, contribuivano a quel senso di disagio, di nuova prigionia, comprimendolo, limitandone i moviementi e facendolo aderire al materasso.
Girò la testa verso la televisione che appesa al muro troneggiava sull'angolo sinitro della stanza.
E vide il Generale, sempre uguale a se stessa nella divisa cachi.
Nonostante l'assenza del volume immagino' il suo un discorso alla nazione.
Conosceva bene il Generale. In fondo doveva essere soddisfatto, le sue predizioni si erano avverate, ecco la tanto attesa situazione di emergenza. Un ufficiale dello Stato era stato gravemente ferito. Non era permessa alcuna esitazione. Il suo corpo di azione rapida era pronto.
Il Paese non doveva avere timore.
L'Ufficiale batte' le palpebre, si sentiva sospeso tra la vita e la morte.
Da un lato felice di essere sopravvisuto,
dall'altro stanco e angosciato all'idea di dover riprendere il lavoro al più presto.
Cercò insistentemente di ritrovare il sonno d'oblio da cui era appena emerso.
Non voleva pensare ne' al generale ne' al lavoro.
Si sforzo' , conto' le pecore, conto' le macchie del soffitto, conto' i secondi. Ma di nuovo tutto inutile.
Ogni qual volta si distraeva dal conteggio , riaffiorava, al posto del sonno, quel maledetto ricordo.
Immagini nitide e crude, il primo incontro con il professore.
Emise un respiro profondo, l'ufficiale, appena prima di bussare alla porta verde.
Uguale alle tante altre di quel corridoio, non fosse stato per un piccolo numero che corrispondeva a quello scritto sull'agenda qualche giorno prima. E poi vi era il nome sulla destra in alto, in caratteri neri su fodo bianco, quello del Professore.
Un rumore gli fece riaprire gli occhi e si accorse della presenza del dottore.
Non poteva dire quanto tempo avesse dormito.
Il dottore stava in piedi. Lo esaminava curvo nascondendo i geroglifici del soffitto.
Dopo alcuni gesti rapidi gli appoggio' lo stetoscopio sul petto e disse: "Respiri profondo".
L'ufficiale ubbidi' paziente e insipiro' molte volte.
Profondo. L'aria poi usciva da sola, dalle narici dalle orecchie e forse dal taglio all'altezza dello stomaco.
Quando fu possibile l'ufficiale chiese imbarazzato:
"Dottore, ho in bocca sapore di sangue, é grave?"
Il tono era di chi, mai prima d'allora, aveva osato lamentarsi.
"Autosuggestione, signore. Il sangue del taglio non puo' essere arrivato fino in bocca ".
Poi, quasi distratto, e un po' infastidito aggiunse: "Non si preoccupi, tutto sotto controllo".
Si ritrasse e comincio' scrivere qualcusa sul ricettario.
L'ufficiale inspro' triste e chiuse gli occhi stanco.
La porta dell'ufficio sbatté alle sue spalle.
Vide il Professore che lo riceveva con una mano tesa in segno di saluto, un sorriso compiacente e una frase diretta.
"Molto piacere, signore, desidera?".
Il Professore, penso' e il gusto metallico di sangue, divento' piu' intenso, ma era diverso, non lo stesso di prima, questa volta era il sangue di altri.
L'ufficlale si sedette impacciato e schiarì la voce con due colpi di tosse.
Di colpo la divisa si era fatta pesante, le scarpe tenaglie, e il colletto ruvido cappio.
Disse: "Niente di importante, un controllo di routine" tutto di un fiato, senza alzare lo sguardo.
Poi aggiunse in tono sommesso, come di chi si vergogna:
"L'esercito ha cominciato a interessarsi alla disciplina che lei studia".
Non poteva prevedere la frase del Professore, quasi lo aveste colpito,
Al sentire quella parola, "Controllo", il professore si irrgidì impalli' e cambiò attitudine.
Giro' le spalle all'ufficiale e guardando i calcoli scarabocchiati alla lavagna tuonò:
"Se ne vada, ho molto da fare, non posso perdere tempo con lei e i suoi controlli."
L'ufficiale si alzo' e si tese in avanti cercando di recuperare una qualche forma di contatto con il Professore.
Si sbilancio', fece un passo e disse in tono sommesso quasi da confessione:
"Non credo abbia scelta, ordini dall'alto".
Fu uno sbattere di libri sulla scrivania, un viso duro e nemico che gridava:
"Non si avvicini, fuori di qui, questo è il mio ufficio,
le ho già detto,
non ho tempo".
Fu l'ufficiale che usciva.
Attraversò corridoi di studenti, di macchine del caffè di biblioeteche in silenzio.
Finalmente scese le scale arrivo' in strada, fuori dal territorio nemico.
Si sorprese correndo, lungo il marciapiede, affannato, arrabbiato, avvelenato.
"Ci rivedremo" pensò e rallentò il passo.
Il dottore urtò il supporto della flebo che oscillando produsse un cigolio metallico.
"Mi scusi", balbettò, imbarazzato.
L'ufficlale aprì gli occhi, ancora.
Ancora odio, ancora vendetta ancora sopruso.
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Sunday, November 11, 2007
Friday, October 26, 2007
Meccanica 3
Questa volta non lo ha chiesto nessuno, e' venuto da solo.
La porta si chiuse sbattendo sorda alle sue spalle.
L'ufficiale si trovò nella penombra dell'ufficio. Stessa sedia marrone, stessa scrivania liscia e ingombra di fascicoli.
Documenti, libri appunti e lettere.
Al comando di sezione, al reparto strategico, al terzo battaglione.
Stessa cassettiera di metallo e stessi diplomi ingialliti appesi alle pareti.
Eppure l'ufficiale sentì quelle pareti incurvarsi e la stanza stringerglisi attorno. La polvere lo imbrigliò in una tela di ragno e lo tenne immobile, pronto per il sacrificio.
Si concentrò per sconfiggere il ragno e schivare le pareti cadenti, appoggiò le mani pesanti sul legno del tavolo e facendo leva sugli avambracci si lasciò sedere.
Una voce inusuale, diversa da quella che aveva cercato, meno autorevole e più spaventata risuonò attraverso la porta nel corridoio:
"Avanti il prossimo", disse.
Attese che la porta si aprisse e fu sorpreso dalla facilità con cui ciò avenne.
Le cerniere scricchiolarono meccaniche liberando un fascio di luce violenta che gli ferì le pupille.
Si sentì abbandonato.
Perfino il sole lo stava tradendo.
Dalle vetrate del cortile si riversava violento e infieriva con schegge di mezzogiorno contro i suoi occhi dilatati dalla penombra.
Mentre abbasava lo sguardo percepì una sagoma nera in contro luce.
I suoi contorni non sembravano quelli di un soldato.
"Entri e chiuda la porta, soldato" disse l'ufficiale quasi scaramantico.
E la frase produsse l'effetto voluto, quell'ultimo soldato lo rassicurò e gli fece recuperare il suo tono.
Sereno, deciso, e arioso, tono di chi sa.
Sa cosa lo aspetta e ne prevede ogni dettaglio.
"Signor si' sissignore", rimbalzò alle sue orecchie.
Un po' troppo affrettato e scomposto, un suono poco marziale.
Ma era comunque un suono di famiglia, di buon giorno, buona notte, dormi bene.
Quella voce.
La tentazione di tornare a guardare fu forte.
Ma l'ufficiale si trattenne.
Aspettò senza alzare gli occhi, per difendersi dal sole
e si sentì topo che aspetta che il gatto desista.
Udì il tonfo della porta che si chiudeva,
il rumore dei quattro passi del soldato. Poi questi si fermò rigido davanti alla sua scrivania.
Udì i tacchi battere sull'attenti.
Un tac preciso, altro suono di famiglia.
E l'ufficiale pensò alla tosse della madre dopo le scale,
al russare del padre davanti alla televisione mescolato al rumore di acqua e piatti dalla cucina.
Vi fu una pausa di silenzio e la vita nella stanza sembrò fermarsi.
Il soldato non si muoveva e tratteneva il respiro, ottimo addestramento, pensò l'ufficiale.
Ancora una pausa e alzò lo sguardo.
E allora la vide, per la prima volta, ma ne fu sicuro. Era Lei.
Occhi neri emanavano una luce intensa, più delicata di quella del sole ma altrettanto penetrante.
Si sentì scrutato fin dentro le budella.
Dovette abbassare lo sguardo di nuovo.
Per nascodere l'esitazione, si rifugiò in un improbabile schedario.
Fu allora che sentì la corrente di aria fredda fendere la stanza.
Di riflesso, come a cercane la provenienza, scattò in piedi.
Quello scatto devio' la traiettoria del freddo, non più al cuore
ma più in basso, sbagliata.
L' ufficiale grido' la sua domanda consueta:
"Soldato, tu credi a ...." e il fiato finì lasciando un silenzio incompleto.
Le mani afferarrarono un pugnale, ben conficcato in basso a sinitra, sotto lo stomaco.
Lontano dal cuore, per errore.
Le gambe cedettero e portarono gli occhi dell'ufficiale al riparo dal sole, raso terra. I tacchi giravano e tornavano con rumori inversi ad aprire la porta. E ecco il sole che ardeva tutto ciò che incontrava. Furono suoni attutiti, di mare in risacca
che spazza la spiaggia e si ritira, indifferente.
La porta si chiuse per l'ultima volta e tornò il sereno dell'ombra.
L'ufficiale steso a terra temette la Morte, da solo.
Poi alzo' un braccio e vide che ancora viveva.
Appoggiò la mano sul suolo e si rannicchiò a gattoni.
Non in ufficio, pensò.
E in ginocchio con la camicia che da verde si tingeva di rosso
gridò con rabbia:
"Avanti il prossimo".
Si lasciò cadere e la stanza si riempi' di voci compite e di grida.
Chiuse gli occhi e nel delirio si lasciò salvare.
LukyLuke
La porta si chiuse sbattendo sorda alle sue spalle.
L'ufficiale si trovò nella penombra dell'ufficio. Stessa sedia marrone, stessa scrivania liscia e ingombra di fascicoli.
Documenti, libri appunti e lettere.
Al comando di sezione, al reparto strategico, al terzo battaglione.
Stessa cassettiera di metallo e stessi diplomi ingialliti appesi alle pareti.
Eppure l'ufficiale sentì quelle pareti incurvarsi e la stanza stringerglisi attorno. La polvere lo imbrigliò in una tela di ragno e lo tenne immobile, pronto per il sacrificio.
Si concentrò per sconfiggere il ragno e schivare le pareti cadenti, appoggiò le mani pesanti sul legno del tavolo e facendo leva sugli avambracci si lasciò sedere.
Una voce inusuale, diversa da quella che aveva cercato, meno autorevole e più spaventata risuonò attraverso la porta nel corridoio:
"Avanti il prossimo", disse.
Attese che la porta si aprisse e fu sorpreso dalla facilità con cui ciò avenne.
Le cerniere scricchiolarono meccaniche liberando un fascio di luce violenta che gli ferì le pupille.
Si sentì abbandonato.
Perfino il sole lo stava tradendo.
Dalle vetrate del cortile si riversava violento e infieriva con schegge di mezzogiorno contro i suoi occhi dilatati dalla penombra.
Mentre abbasava lo sguardo percepì una sagoma nera in contro luce.
I suoi contorni non sembravano quelli di un soldato.
"Entri e chiuda la porta, soldato" disse l'ufficiale quasi scaramantico.
E la frase produsse l'effetto voluto, quell'ultimo soldato lo rassicurò e gli fece recuperare il suo tono.
Sereno, deciso, e arioso, tono di chi sa.
Sa cosa lo aspetta e ne prevede ogni dettaglio.
"Signor si' sissignore", rimbalzò alle sue orecchie.
Un po' troppo affrettato e scomposto, un suono poco marziale.
Ma era comunque un suono di famiglia, di buon giorno, buona notte, dormi bene.
Quella voce.
La tentazione di tornare a guardare fu forte.
Ma l'ufficiale si trattenne.
Aspettò senza alzare gli occhi, per difendersi dal sole
e si sentì topo che aspetta che il gatto desista.
Udì il tonfo della porta che si chiudeva,
il rumore dei quattro passi del soldato. Poi questi si fermò rigido davanti alla sua scrivania.
Udì i tacchi battere sull'attenti.
Un tac preciso, altro suono di famiglia.
E l'ufficiale pensò alla tosse della madre dopo le scale,
al russare del padre davanti alla televisione mescolato al rumore di acqua e piatti dalla cucina.
Vi fu una pausa di silenzio e la vita nella stanza sembrò fermarsi.
Il soldato non si muoveva e tratteneva il respiro, ottimo addestramento, pensò l'ufficiale.
Ancora una pausa e alzò lo sguardo.
E allora la vide, per la prima volta, ma ne fu sicuro. Era Lei.
Occhi neri emanavano una luce intensa, più delicata di quella del sole ma altrettanto penetrante.
Si sentì scrutato fin dentro le budella.
Dovette abbassare lo sguardo di nuovo.
Per nascodere l'esitazione, si rifugiò in un improbabile schedario.
Fu allora che sentì la corrente di aria fredda fendere la stanza.
Di riflesso, come a cercane la provenienza, scattò in piedi.
Quello scatto devio' la traiettoria del freddo, non più al cuore
ma più in basso, sbagliata.
L' ufficiale grido' la sua domanda consueta:
"Soldato, tu credi a ...." e il fiato finì lasciando un silenzio incompleto.
Le mani afferarrarono un pugnale, ben conficcato in basso a sinitra, sotto lo stomaco.
Lontano dal cuore, per errore.
Le gambe cedettero e portarono gli occhi dell'ufficiale al riparo dal sole, raso terra. I tacchi giravano e tornavano con rumori inversi ad aprire la porta. E ecco il sole che ardeva tutto ciò che incontrava. Furono suoni attutiti, di mare in risacca
che spazza la spiaggia e si ritira, indifferente.
La porta si chiuse per l'ultima volta e tornò il sereno dell'ombra.
L'ufficiale steso a terra temette la Morte, da solo.
Poi alzo' un braccio e vide che ancora viveva.
Appoggiò la mano sul suolo e si rannicchiò a gattoni.
Non in ufficio, pensò.
E in ginocchio con la camicia che da verde si tingeva di rosso
gridò con rabbia:
"Avanti il prossimo".
Si lasciò cadere e la stanza si riempi' di voci compite e di grida.
Chiuse gli occhi e nel delirio si lasciò salvare.
LukyLuke
Wednesday, October 10, 2007
Meccanica 2
A grande richiesta il secondo capitolo:
Il sole asciugava il grigio appena lavato del cemento del cortile e proiettava ombre di pece nera sotto le panche che ne delimitavano il perimetro.
Seduto su una di quelle panche l'ufficiale si accingeva a raschiare lo zucchero dal fondo di una tazzina di caffè. Era una operazione delicata, resa difficile dal non poter inclinare la tazzina senza correre il rischio di una evasione massiva di gocce. Una volta libere, le gocce si sarebbero sicuramente schiantate sui pantaloni color cachi dell'ufficiale, obbligandolo ad un repentino intervento di lavaggio.
Non poteva permetterlo, si disse e appoggiò la tazzina per terra un po' contraddetto dal dover rinunciare a quegli ultimi granelli di piacere.
Allungo' le gambe, sollevando leggermente i piedi dal suolo, facendo perno sui talloni e si appoggio' contro il legno dello schienale.
Socchiuse gli occhi.
Il calore intenso gli fece dimenticare per un momento la sensazione di prigionia che lo aveva spinto a uscire dalla caserma per prendere un po' d'aria e che, fino ad allora, era stata mantenuta viva dalla vista delle pareti del cortile.
Adesso, rasserenato e parzialmente addolcito dal caffé, poteva tornare a pensare alla Meccanica quantistica.
Il suo interesse per quella disciplina era cominciato in una riunione del venerdì sera al circolo ufficiali. Uno dei partecipanti, un giovane tenente in cerca di promozioni, aveva chiesto ed ottenuto di dare una piccola conferenza su di un concetto che considerava nuovo e di rilevanza strategica per la sicurezza del Paese.
La conferenza si intitolava "Dalla meccanica quantistica alla libertà di tradire" e pretendeva di stabilire un nesso tra il nuovo principio di indeterminazione di Heisenberg, che per inciso stava per compiere cento anni, e la probabilità che un militare decidesse di ammutinarsi .
In particolare, considerava lo scenario peggiore. Quello in cui un ufficiale, perfettamente addestrato e a conoscenza di un qualche segreto strategico, importante per la sicurezza del Paese, decidesse, di colpo, di usare le sue competenze per boicottare e danneggiare quello stesso Paese che in teoria avrebbe dovuto difendere.
Il parallelismo con la meccanica quantistica consiteva nel considerare l'ufficiale come un ente quatnistico. Esattametne nello stesso modo in cui un elettrone,a differenza di una pallina classica, spinto in linea retta decide di non seguire una traiettoria ben definita, così l'ufficiale era scientificamente libero di deviare.
Il para dava rigore scentifico alla discussione ma non era stato accolto da tutti con benevolenza ed aveva suscitato un intenso dibattito.
Le diatribe si erano interrotte però con l'intervento del Generale, che aveva assistito alla riunione in qualità di ospite di onore. Egli sottolineava la preocuppazione che, elettroni si o elettroni no, un caso come quello descritto potesse realmente presentarsi.
Vi fu silenzio e grande apprensione, come si addice alle situazioni di incertezza per il futuro del Paese.
Poco a poco riprese il brusio della discussione e il
giovane tenente volle accentrare l'interesse del gruppo sul proprio eroico patrittoismo. Cominciò così a spiegare come era giunto a tale difficile intuizione.
Il nesso tra l'emergere di comportamenti devianti e la traiettoria di un elettrone gli era apparso chiaro una sera di qualche mese prima, dopo aver a sua volta assistito, da infiltrato, ci teneva a precisare, a una riunione, molto nota in certi ambiti insurrezionalisti, chiamata "tortilla meeting".
Vi fu un brusio diffuso al nominare tali parole nel circolo ufficiali, e molti rabbrividirono all'idea che il Generale desse in escandescenza e che uno di loro potesse, seppure in veste di infiltrato, partecipare a tali avvenimenti.
La gravità della situazione, però, non permetteva indugi e il Generale in persona ordinò silenzio e pregò il tenente di continuare la sua esposizione.
Il tenente assentì e raccontò che quella notte, lo stesso fondatore dell' attività cospirativa (qui si guardò bene dal nominarla nuovamente) , aveva esposto ai presenti con chiarezza la relazione dialettica tra libero arbitrio e meccanica quantistica.
Dopo aver ascoltato tali nefandezze, il Generale scattò in piedi battendo un pugno sul tavolo. In un generale silenzio di facce bianche e tese proclamò: "Basta così tenente, si sieda, la situazione é ormai chiara".
Si voltò poi verso il resto dei presenti e spiegò che era il momento era propizio per costituire una commissione di studi sulla Meccanica Quantistica.
La commissione avrebbe dovuto verificare la eventuale presenza di materiale eversivo nello studio quotidiano della disciplina nelle Università del Paese.
L'ufficiale ne era poi stato nominato presidente.
La scelta era stata fatta in base al suo curriculum del biennio precedente all'ingresso all'accademia. Per due anni, infatti, l'ufficiale aveva studiato fisica. Non che avesse riportato particolari successi in quel suo cimentarsi con le scienze esatte. Almeno così aveva l'impressione di ricordare il Generale, impressione che avrebbe potuto facilmente essere confermata consultando il documento di ammissione alla carriera militare dell'ufficiale in questione.
Tale documento doveva essere custodito in chissà quale archivio e, in mezzo ad altre preziose ma al momento irrilevanti informazioni sull'ufficiale, riportava la media dei voti da quegli ottenuti nei due anni di studio. Una rapida occhiata e quella media avrebbe rivelato la natura, non certo brillante, della persona in esame.
Nello stesso documento, al riquadro successivo, si leggeva:
"Ragioni per la volontà di arruolamento ".
In esso figuravano, scarabocchiate a mano , con inchiostro nero, due frasi loquaci :
"Amore per la Patria"
e
" Fede in Dio".
Uno sguardo attento a quella media, dicevamo, avrebbe forse suggerito un'altra ragione per la scelta di vita dell'ormai ufficiale, scelta oltre più assai comune tra gli studenti di fisca di quegli anni. Essa, dopo un giudizio rapido, sarebbe apparsa come:
"Scarso interesse per le scienze naturali".
Forse, però il nostro giudizio sarebbe davvero troppo rapido, e dovremmo limitarci alle due frasi precedenti: "amore per la patria" e" fede in dio".
Nella presente situazione, che come si é detto rappresentava un chiaro pericolo per il Paese, il Generale non poteva certo permettersi il lusso di cercare, tra polverosi archivi, documenti che gli rinfrescassero la ormai evanescente memoria.
Né, tanto meno, poteva riempirne le caselle mal compilate e andare troppo per il sottile nella scelta del presidente per al nuova commissione.
Bastava infatti considerare gli altri presenti alla riunione, per convincersi che l'ufficiale, per quanto imperfetto, rappresentava quanto di meglio l'Esercito avesse da offrire in termini scientifici.
Senza alcun dubbio quindi, la direzione della Commissione, spettava all' ufficiale.
Sul collo dell'ufficiale seduto ad occhi chiusi, erano apparse alcune gocce di sudore che, lentamente, scendevano e si infiltravano sempre più giù lungo la schiena. Si infilavano nella fessura tra il colletto e il collo, producendo una spiacevole sensazione di prurito. Ciò distoglieva l'ufficiale dalla sua pausa di meditazione e gli faceva notare l'opressione dell'uniforme chiusa stretta.
Con un gesto rapido, non senza prima essersi assicurato, guardandosi intorno, che non vi fosse nessuno in grado di testimoniare l'accaduto, l'ufficiale allentò il nodo della cravatta e sbottonò il primo bottone, quello che stringeva il tessuto al collo proprio là dove si infilavano le gocce. Così facendo produsse uno spazio sufficiente per introdurvi un dito e potersi grattare con soddisfazione.
Tornando ad abbottonarsi, inspirò profondamente e non poté evitare di sorridere per quel gesto così poco marziale.
Si abbandonò nuovamente contro lo schienale e il calore del sole lo accarezzò infondendogli un brivido che gli si propagò lungo la colonna vertebrale.
Per un momento, quel brivido, lo distolse dal suo pensiero scientifico e gli fece ricordare qualcosa di antico, un bacio di donna, un sospiro di giovinezza.
L'ufficiale si scosse, spalancò gli occhi e si alzò di scatto con una smorfia amara disegnata sulla faccia. Questa volta stava esagerando, pensò. Girò sui tacchi e s i diresse con passo sicuro verso l'entrata della caserma.
Le reclute, in corridoio, lo stavano aspettando in silenzio.
LukyLuke
Il sole asciugava il grigio appena lavato del cemento del cortile e proiettava ombre di pece nera sotto le panche che ne delimitavano il perimetro.
Seduto su una di quelle panche l'ufficiale si accingeva a raschiare lo zucchero dal fondo di una tazzina di caffè. Era una operazione delicata, resa difficile dal non poter inclinare la tazzina senza correre il rischio di una evasione massiva di gocce. Una volta libere, le gocce si sarebbero sicuramente schiantate sui pantaloni color cachi dell'ufficiale, obbligandolo ad un repentino intervento di lavaggio.
Non poteva permetterlo, si disse e appoggiò la tazzina per terra un po' contraddetto dal dover rinunciare a quegli ultimi granelli di piacere.
Allungo' le gambe, sollevando leggermente i piedi dal suolo, facendo perno sui talloni e si appoggio' contro il legno dello schienale.
Socchiuse gli occhi.
Il calore intenso gli fece dimenticare per un momento la sensazione di prigionia che lo aveva spinto a uscire dalla caserma per prendere un po' d'aria e che, fino ad allora, era stata mantenuta viva dalla vista delle pareti del cortile.
Adesso, rasserenato e parzialmente addolcito dal caffé, poteva tornare a pensare alla Meccanica quantistica.
Il suo interesse per quella disciplina era cominciato in una riunione del venerdì sera al circolo ufficiali. Uno dei partecipanti, un giovane tenente in cerca di promozioni, aveva chiesto ed ottenuto di dare una piccola conferenza su di un concetto che considerava nuovo e di rilevanza strategica per la sicurezza del Paese.
La conferenza si intitolava "Dalla meccanica quantistica alla libertà di tradire" e pretendeva di stabilire un nesso tra il nuovo principio di indeterminazione di Heisenberg, che per inciso stava per compiere cento anni, e la probabilità che un militare decidesse di ammutinarsi .
In particolare, considerava lo scenario peggiore. Quello in cui un ufficiale, perfettamente addestrato e a conoscenza di un qualche segreto strategico, importante per la sicurezza del Paese, decidesse, di colpo, di usare le sue competenze per boicottare e danneggiare quello stesso Paese che in teoria avrebbe dovuto difendere.
Il parallelismo con la meccanica quantistica consiteva nel considerare l'ufficiale come un ente quatnistico. Esattametne nello stesso modo in cui un elettrone,a differenza di una pallina classica, spinto in linea retta decide di non seguire una traiettoria ben definita, così l'ufficiale era scientificamente libero di deviare.
Il para dava rigore scentifico alla discussione ma non era stato accolto da tutti con benevolenza ed aveva suscitato un intenso dibattito.
Le diatribe si erano interrotte però con l'intervento del Generale, che aveva assistito alla riunione in qualità di ospite di onore. Egli sottolineava la preocuppazione che, elettroni si o elettroni no, un caso come quello descritto potesse realmente presentarsi.
Vi fu silenzio e grande apprensione, come si addice alle situazioni di incertezza per il futuro del Paese.
Poco a poco riprese il brusio della discussione e il
giovane tenente volle accentrare l'interesse del gruppo sul proprio eroico patrittoismo. Cominciò così a spiegare come era giunto a tale difficile intuizione.
Il nesso tra l'emergere di comportamenti devianti e la traiettoria di un elettrone gli era apparso chiaro una sera di qualche mese prima, dopo aver a sua volta assistito, da infiltrato, ci teneva a precisare, a una riunione, molto nota in certi ambiti insurrezionalisti, chiamata "tortilla meeting".
Vi fu un brusio diffuso al nominare tali parole nel circolo ufficiali, e molti rabbrividirono all'idea che il Generale desse in escandescenza e che uno di loro potesse, seppure in veste di infiltrato, partecipare a tali avvenimenti.
La gravità della situazione, però, non permetteva indugi e il Generale in persona ordinò silenzio e pregò il tenente di continuare la sua esposizione.
Il tenente assentì e raccontò che quella notte, lo stesso fondatore dell' attività cospirativa (qui si guardò bene dal nominarla nuovamente) , aveva esposto ai presenti con chiarezza la relazione dialettica tra libero arbitrio e meccanica quantistica.
Dopo aver ascoltato tali nefandezze, il Generale scattò in piedi battendo un pugno sul tavolo. In un generale silenzio di facce bianche e tese proclamò: "Basta così tenente, si sieda, la situazione é ormai chiara".
Si voltò poi verso il resto dei presenti e spiegò che era il momento era propizio per costituire una commissione di studi sulla Meccanica Quantistica.
La commissione avrebbe dovuto verificare la eventuale presenza di materiale eversivo nello studio quotidiano della disciplina nelle Università del Paese.
L'ufficiale ne era poi stato nominato presidente.
La scelta era stata fatta in base al suo curriculum del biennio precedente all'ingresso all'accademia. Per due anni, infatti, l'ufficiale aveva studiato fisica. Non che avesse riportato particolari successi in quel suo cimentarsi con le scienze esatte. Almeno così aveva l'impressione di ricordare il Generale, impressione che avrebbe potuto facilmente essere confermata consultando il documento di ammissione alla carriera militare dell'ufficiale in questione.
Tale documento doveva essere custodito in chissà quale archivio e, in mezzo ad altre preziose ma al momento irrilevanti informazioni sull'ufficiale, riportava la media dei voti da quegli ottenuti nei due anni di studio. Una rapida occhiata e quella media avrebbe rivelato la natura, non certo brillante, della persona in esame.
Nello stesso documento, al riquadro successivo, si leggeva:
"Ragioni per la volontà di arruolamento ".
In esso figuravano, scarabocchiate a mano , con inchiostro nero, due frasi loquaci :
"Amore per la Patria"
e
" Fede in Dio".
Uno sguardo attento a quella media, dicevamo, avrebbe forse suggerito un'altra ragione per la scelta di vita dell'ormai ufficiale, scelta oltre più assai comune tra gli studenti di fisca di quegli anni. Essa, dopo un giudizio rapido, sarebbe apparsa come:
"Scarso interesse per le scienze naturali".
Forse, però il nostro giudizio sarebbe davvero troppo rapido, e dovremmo limitarci alle due frasi precedenti: "amore per la patria" e" fede in dio".
Nella presente situazione, che come si é detto rappresentava un chiaro pericolo per il Paese, il Generale non poteva certo permettersi il lusso di cercare, tra polverosi archivi, documenti che gli rinfrescassero la ormai evanescente memoria.
Né, tanto meno, poteva riempirne le caselle mal compilate e andare troppo per il sottile nella scelta del presidente per al nuova commissione.
Bastava infatti considerare gli altri presenti alla riunione, per convincersi che l'ufficiale, per quanto imperfetto, rappresentava quanto di meglio l'Esercito avesse da offrire in termini scientifici.
Senza alcun dubbio quindi, la direzione della Commissione, spettava all' ufficiale.
Sul collo dell'ufficiale seduto ad occhi chiusi, erano apparse alcune gocce di sudore che, lentamente, scendevano e si infiltravano sempre più giù lungo la schiena. Si infilavano nella fessura tra il colletto e il collo, producendo una spiacevole sensazione di prurito. Ciò distoglieva l'ufficiale dalla sua pausa di meditazione e gli faceva notare l'opressione dell'uniforme chiusa stretta.
Con un gesto rapido, non senza prima essersi assicurato, guardandosi intorno, che non vi fosse nessuno in grado di testimoniare l'accaduto, l'ufficiale allentò il nodo della cravatta e sbottonò il primo bottone, quello che stringeva il tessuto al collo proprio là dove si infilavano le gocce. Così facendo produsse uno spazio sufficiente per introdurvi un dito e potersi grattare con soddisfazione.
Tornando ad abbottonarsi, inspirò profondamente e non poté evitare di sorridere per quel gesto così poco marziale.
Si abbandonò nuovamente contro lo schienale e il calore del sole lo accarezzò infondendogli un brivido che gli si propagò lungo la colonna vertebrale.
Per un momento, quel brivido, lo distolse dal suo pensiero scientifico e gli fece ricordare qualcosa di antico, un bacio di donna, un sospiro di giovinezza.
L'ufficiale si scosse, spalancò gli occhi e si alzò di scatto con una smorfia amara disegnata sulla faccia. Questa volta stava esagerando, pensò. Girò sui tacchi e s i diresse con passo sicuro verso l'entrata della caserma.
Le reclute, in corridoio, lo stavano aspettando in silenzio.
LukyLuke
Thursday, October 4, 2007
Meccanica
"Soldato, Tu credi alla meccanica quantistica?"
Il soldato batté i tacchi e portò la mano alla fronte in segno di saluto militare. Rispose senza indugi e a voce troppo alta considerando la distanza cui si trovava rispetto all'interlocutore, non più di un paio di metri. "Signor sì sissignore". Lasciò cadere il braccio senza abbassare lo sguardo che continuava a puntare alla parete un po' al di sopra della testa dell' interlocutore .
L'interlocutore in questione era un ufficiale addetto al reclutamento dei volontari per la creazione di un corpo speciale di azione rapida.
Rapida contro tutti perché l'obiettivo non si poteva prevedere, aveva spiegato il Generale, ma la necessità di poter reagire con prontezza era evidente a tutti.
La risposta del soldato, rimbombando da una parete all'altra dell'ufficio spoglio e ingiallito, non sembro' sorprendere l' ufficiale che scosse il capo con una espressione rassegnata.
Tutti uguali, pronti a dire "Sissignore" senza neanche aver capito la domanda. Come se nel dubbio esistesse una certezza. Credi ?
La domanda stessa implicava un atto di fede che avrebbe potuto legittimamente essere negato.
Invece, il soldato non aveva dubitato neanche un secondo, e meccanicamente aveva risposto "Signor sì sissignore". Ed era proprio quella mancanza di incertezze che svuotava la fede del suo valore di scelta. E senza scelta, qualunque atto pareva uguale, una inevitabile e infinita sequenza di "Sissignore".
"Bene" disse alzandosi e scacciando una mosca dalle pratiche sulla scrivania. Il ronzio dell'insetto in fuga si mescolò al fruscio meccanico delle pale del ventilatore che ruotando proiettavano scie di ombra sul pavimento davanti al soldato.
L'ufficiale si diresse alla finestra voltando le spalle al soldato e divaricò con due dita le lamine di metallo delle tapparelle abbassate, per aprirsi uno spiraglio e guardare fuori.
Aveva bisongo di un po' di sole, di un po' di mondo esterno frastagliato , di no e di forse, tutti quei Sissignore cominciavano a stancarlo.
Si senti' in dovere di dare una spiegazione al soldato che dal canto suo, stava rigido sull'attenti fissando in diagonale verso l'alto con lo sguardo perso.
"A cosa stai pensado soldato ?"
"A Niente, Signore".
"Soldato, sai che é impossibile non pensare a niente?"
"Sissignore"
"E allora, a che cosa stai pensando soldato?"
"Alla patria , signore".
"Ah" disse l'ufficiale con un un tono compito come di chi si rende conto di colpo con chi ha a che fare e cerca di adeguare i modi alla situazione.
Ma, nonostante lo sforzo e la capacità acquista in lunghi anni di carriera militare a non lasciar trapelare opnioni, se non esplicitamente richieste, non potè fare a meno di trasmettere con quell' "Ah" una certa amara ironia, La Patria.
"Bene, può andare" disse l'ufficiale scarabocchiando una firma su di un foglio .
"Presentando questo documento alla direzione del Battaglione, lei avrà la possibilità di essere arruolato volontariamente nel gruppo speciale di azione rapida. Qui c'è scritto che io ti considero idoneo, Soldato".
Seguì un altro Sissignore con saluto e battito di tacchi, una piroetta di 180 gradi e il rumore dei passi del soldato che si allontanava per i corridoi della caserma. Ma l' ufficiale non ascoltava, stava di nuovo guardando fuori dalla finestra, una falena che si ostinava a voler entrare sbattendo rumorosa contro il vetro della finestra.
"Tu vorresti entrare, mentre io vorrei uscire" si sorprese a pensare l'ufficiale a voce alta.
"Credi alla meccanica quantistica, soldato?" continuava a ripetersi guardando la falena sbatacchiare.
Il soldato batté i tacchi e portò la mano alla fronte in segno di saluto militare. Rispose senza indugi e a voce troppo alta considerando la distanza cui si trovava rispetto all'interlocutore, non più di un paio di metri. "Signor sì sissignore". Lasciò cadere il braccio senza abbassare lo sguardo che continuava a puntare alla parete un po' al di sopra della testa dell' interlocutore .
L'interlocutore in questione era un ufficiale addetto al reclutamento dei volontari per la creazione di un corpo speciale di azione rapida.
Rapida contro tutti perché l'obiettivo non si poteva prevedere, aveva spiegato il Generale, ma la necessità di poter reagire con prontezza era evidente a tutti.
La risposta del soldato, rimbombando da una parete all'altra dell'ufficio spoglio e ingiallito, non sembro' sorprendere l' ufficiale che scosse il capo con una espressione rassegnata.
Tutti uguali, pronti a dire "Sissignore" senza neanche aver capito la domanda. Come se nel dubbio esistesse una certezza. Credi ?
La domanda stessa implicava un atto di fede che avrebbe potuto legittimamente essere negato.
Invece, il soldato non aveva dubitato neanche un secondo, e meccanicamente aveva risposto "Signor sì sissignore". Ed era proprio quella mancanza di incertezze che svuotava la fede del suo valore di scelta. E senza scelta, qualunque atto pareva uguale, una inevitabile e infinita sequenza di "Sissignore".
"Bene" disse alzandosi e scacciando una mosca dalle pratiche sulla scrivania. Il ronzio dell'insetto in fuga si mescolò al fruscio meccanico delle pale del ventilatore che ruotando proiettavano scie di ombra sul pavimento davanti al soldato.
L'ufficiale si diresse alla finestra voltando le spalle al soldato e divaricò con due dita le lamine di metallo delle tapparelle abbassate, per aprirsi uno spiraglio e guardare fuori.
Aveva bisongo di un po' di sole, di un po' di mondo esterno frastagliato , di no e di forse, tutti quei Sissignore cominciavano a stancarlo.
Si senti' in dovere di dare una spiegazione al soldato che dal canto suo, stava rigido sull'attenti fissando in diagonale verso l'alto con lo sguardo perso.
"A cosa stai pensado soldato ?"
"A Niente, Signore".
"Soldato, sai che é impossibile non pensare a niente?"
"Sissignore"
"E allora, a che cosa stai pensando soldato?"
"Alla patria , signore".
"Ah" disse l'ufficiale con un un tono compito come di chi si rende conto di colpo con chi ha a che fare e cerca di adeguare i modi alla situazione.
Ma, nonostante lo sforzo e la capacità acquista in lunghi anni di carriera militare a non lasciar trapelare opnioni, se non esplicitamente richieste, non potè fare a meno di trasmettere con quell' "Ah" una certa amara ironia, La Patria.
"Bene, può andare" disse l'ufficiale scarabocchiando una firma su di un foglio .
"Presentando questo documento alla direzione del Battaglione, lei avrà la possibilità di essere arruolato volontariamente nel gruppo speciale di azione rapida. Qui c'è scritto che io ti considero idoneo, Soldato".
Seguì un altro Sissignore con saluto e battito di tacchi, una piroetta di 180 gradi e il rumore dei passi del soldato che si allontanava per i corridoi della caserma. Ma l' ufficiale non ascoltava, stava di nuovo guardando fuori dalla finestra, una falena che si ostinava a voler entrare sbattendo rumorosa contro il vetro della finestra.
"Tu vorresti entrare, mentre io vorrei uscire" si sorprese a pensare l'ufficiale a voce alta.
"Credi alla meccanica quantistica, soldato?" continuava a ripetersi guardando la falena sbatacchiare.
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